Parrocchia di Terme Vigliatore

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Lectio Divina 

Domenica, 19 gennaio -  Tratto dal sito  dell'Ordine dei Carmelitani

Giovanni Battista annuncia Gesù
come l’Agnello di Dio
Giovanni 1,29-34
1. Orazione iniziale

In questa lettura orante del vangelo di Giovanni ci potranno accompagnare ed essere di stimolo le parole di John Henry Newman, che con queste parole amava rivolgersi in preghiera al Signore: «Stai con me, e io inizierò a risplendere come tu risplendi; a risplendere fino ad essere luce per gli altri. La luce, o Gesù, verrà tutta da te: nulla sarà merito mio. Sarai tu a risplendere, attraverso di me, sugli altri. Fa che io ti lodi così, nel modo che tu più gradisci, risplendendo sopra tutti coloro che sono intorno a me. Dà luce a loro e dà luce a me; illumina loro insieme a me, attraverso di me. Insegnami a diffondere la tua lode, la tua verità, la tua volontà. Fa che io ti annunci non con le parole ma con l’esempio, con quella forza attraente, quella influenza solidale che proviene da ciò che faccio, con la mia visibile somiglianza ai tuoi santi, e con la chiara pienezza dell’amore che il mio cuore nutre per te» (Meditations and Devotions).
2. Il testo

Giovanni 1,29-34

In quel tempo, 29 Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: «Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo! 30 Ecco colui del quale io dissi: Dopo di me viene un uomo che mi è passato avanti, perché era prima di me. 31 Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse fatto conoscere a Israele». 32 Giovanni rese testimonianza dicendo: «Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. 33 Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua, mi aveva detto: L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito santo. 34 E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio».

3. Pausa di silenzio orante

La Parola di Dio esige di essere desiderata, e accolta, attraverso la mediazione del silenzio. Fai tacere te stesso, renditi disponibile ad accogliere la presenza di Dio nella sua Parola; un silenzio che sa fare spazio nel proprio cuore perché Dio venga a parlarti.
4. Lettura simbolica

Il brano liturgico del vangelo ci presenta due animali di alto valore spirituale nella Bibbia: l’agnello e la colomba. Il primo allude a testi significativi nella Bibbia: la cena pasquale dell’esodo (cc.12-13); la gloria dell’Agnello-Cristo nell’Apocalisse.

a) Il simbolo dell’agnello:
Volgiamo ora la nostra attenzione sul simbolo dell'«Agnello (amnos) di Dio», e sul suo significato.
- Un primo rimando biblico per la comprensione di questa espressione usata da Giovanni Battista per indicare la persona di Gesù è la figura dell’Agnello vittorioso nel libro dell'Apocalisse: in 7,17 l'Agnello è il pastore dei popoli; in 17,14 l'Agnello schiaccia le potenze malvagie della terra. Al tempo di Gesù si immaginava che alla fine della storia sarebbe apparso un'agnello vittorioso o distruttore delle potenze del peccato, delle ingiustizie, del male. Tale idea è in sintonia anche predicazione escatologica di Giovanni il Battista: ammoniva che l'ira era imminente (Lc 3,7), che la scure era già posta alla radice dell'albero, e che Dio era pronto ad abbattere e a gettare nel fuoco ogni albero che non portasse buoni frutti (Lc 3,9). Mt 3,12 e Lc 3,17.
Un’altra espressione molto forte con cui il Battista presenta Gesù è in Giovanni 1,29: «Egli ha in mano il ventilabro per ripulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula la brucerà con fuoco inestinguibile». Non è errato pensare che Giovanni il Battista potesse descrivere Gesù  come l’agnello di Dio che distrugge il peccato del mondo. Difatti in 1 Giovanni: 3,5 si dice: «Egli è apparso per togliere i peccati»; e in 3,8: «II Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo». É possibile che Giovanni il Battista salutasse Gesù come l'agnello vittorioso che doveva, per mandato di Dio, distruggere il male nel mondo.

- Un secondo rimando biblico è l'Agnello come il Servo sofferente. Questa figura del Servo sofferente o di Jhwh è il soggetto di quattro canti in Deutero-Isaia: 42,1-4.7.9; 49,1-6.9.13; 50,4-9. 11); 52,13-53,12. Ci domandiamo se l'uso di «Agnello di Dio» in Giovanni 1,29 si colori dell'uso di «agnello» per alludere al Servo sofferente di  Jahvè in Isaia 53. Davvero Giovanni considerasse Gesù  l’agnello di Dio sulla scia del Servo sofferente?
Certamente non ci sono prove reali che il Battista abbia fatto un tale accostamento, ma neanche prove per escluderlo. Difatti in Isaia 53,7 si dice che il Servo: «Non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello e come un agnello di fronte ai suoi tosatori». Questa descrizione viene applicata a Gesù in Atti 8,32, e quindi la similitudine tra il Servo Sofferente e Gesù era applicata  dai cristiani (vedi Mt 8,17 = Is 53,4; Eb 9,28 = Is 53,12).
Inoltre nella descrizione che Giovanni il Battista fa di Gesù in 1,32-34, ci sono due aspetti  che evocano la figura del Servo: nel v. 32 Giovanni il Battista afferma di aver visto lo Spirito discendere su Gesù e posarsi su di lui; in 34 egli identifica Gesù come l'eletto di Dio. Così in Isaia 42,1 (un passo che anche i sinottici collegano al battesimo di Gesù) si dice: «Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio (vedi Mc 1,11). Ho posto il mio spirito su di lui». Come anche in Isaia 61,1: «Lo Spirito del Signore Dio è su di me». Questi rimandi biblici possono confermare la possibilità che l'evangelista stabilisse una connessione tra il Servo in Isaia 42; 53 e l’Agnello di Dio.
Che Gesù, poi, venga descritto con i tratti del Servo sofferente lo troviamo in altre parti del vangelo di Giovanni (12,38 = Is 53,1).
C’è un aspetto interessante  che vogliamo evidenziare: è detto che l'Agnello di Dio toglie il peccato del mondo. In Isaia 53,4.12,  è detto che il Servo porta o si addossa  i peccati di molti. Gesù con la sua morte porta via il peccato o se lo addossa egli stesso.
Quindi secondo questa seconda accezione, l’Agnello come Servo sofferente, Cristo è colui che offre liberamente se stesso per eliminare dal mondo il peccato, e riportare a Dio tutti i suoi fratelli nella carne.
Una conferma odierna di questa interpretazione di Gesù come “Agnello di Dio” la troviamo in un documento dei vescovi italiani: «L’Apocalisse di Giovanni, spingendosi fino alle profondità ultime del mistero dell’Inviato del Padre, arriva a riconoscere in lui l’Agnello immolato “fin dalla fondazione del mondo” (Apc 13,8), Colui dalle cui piaghe siamo stati guariti (1 Pt 2,25; Is 53,5)» (Comunicare il vangelo in un mondo che cambia, 15).
- Un terzo rimando biblico è l'Agnello come agnello pasquale. II simbolismo della Pasqua è molto diffuso nel vangelo di Giovanni specialmente in relazione alla morte di Gesù. Per la comunità cristiana alla quale Giovanni si rivolge con il suo vangelo l'Agnello toglie il peccato del mondo con la sua morte. Difatti in Giovanni 19,14 si dice che Gesù fu condannato a morte a mezzogiorno della vigilia di Pasqua, cioè nel momento  in cui i sacerdoti cominciavano a sacrificare gli agnelli pasquali nel Tempio per la festa di Pasqua. Un altro legame del simbolismo pasquale con la morte di Gesù è che mentre era sulla croce, una spugna imbevuta d'aceto fu sollevata fino a lui su una canna (19,29), ed era la canna o issopo che veniva intinto nel sangue dell'agnello pasquale per aspergere gli stipiti delle porte degli israeliti (Es 12,22). Inoltre in Giovanni 19,36 l’adempimento della Scrittura  che nessun osso di Gesù è spezzato, costituisce un chiaro riferimento al testo di Esodo 12,46 in cui si dice che nessun osso dell’agnello pasquale dev’essere spezzato. La descrizione di Gesù  come l'Agnello è presente in un'altra opera giovannea, l'Apocalisse: in 5,6 si parla di agnello immolato; in Apocalisse 7,17 e 22,1 l'Agnello è colui dal quale scaturisce la fonte di acqua viva, anche questo aspetto un allusione  a  Mosè, che fece scaturire acqua dalla roccia; infine, in Apocalisse 5,9 si accenna  al sangue redentore dell'Agnello, anch’esso un motivo pasquale che si rifà alla salvezza delle case degli israeliti dal pericolo della morte.
Esiste un parallelismo tra il sangue dell'agnello asperso sugli stipiti delle porte come segno di liberazione e il sangue dell'agnello offerto in sacrificio di liberazione. I cristiani ben presto iniziarono a paragonare Gesù all'agnello pasquale e, nel fare questo, non esitarono a usare il linguaggio sacrificale: «Cristo nostra Pasqua è stato immolato» (1 Cor 5,7), inserendo il compito di Gesù di togliere il peccato del mondo.

b) Il simbolo della colomba:

Anche questo secondo simbolo comporta vari aspetti. Innanzitutto l’espressione «come colomba» era un detto comune per esprimere il legame affettivo con il nido. Nel nostro contesto evidenzia che lo Spirito trova il suo nido, il suo habitat naturale e di amore in Gesù. Ancora di più: la colomba simboleggia l’amore del Padre che si stabilisce in Gesù come in una abitazione permanente (vedi Mt 3,16; Mc 1,10; Lc 3,22).
L’espressione, poi, «come colomba» è in connessione con il verbo discendere:  per esprimere che non si tratta dell’aspetto fisico di una colomba ma il modo di discesa dello Spirito (come il volo di una colomba), nel senso che non incute paura, anzi infonde fiducia. Tale simbolismo biblico della colomba non ha riscontro in altri simbolismi biblici; ma un antica esegesi rabbinica paragona l’aleggiare dello Spirito di Dio sulle acque primordiali con il volteggiare della colomba sulla sua nidiata. Non è da escludere che Giovanni nell’usare questo simbolo abbia voluto dire che la discesa dello Spirito in forma di colomba sarebbe un chiaro accenno all’inizio della creazione: l’incarnazione del progetto di Dio in Gesù è culmine e meta dell’attività creatrice di Dio.
L’amore che Dio ha per Gesù (corrispondente al movimento della colomba a tornare al nido) lo spinge a comunicargli la pienezza del suo proprio essere divino (lo Spirito che è amore e lealtà).
5. Il messaggio
a) La nostra salvezza è Cristo: Il Battista ha avuto il compito di indicare in Gesù «l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo». L’annuncio del vangelo, la parola di Cristo Gesù, rimangono essenziali e indispensabili oggi come lo erano ieri. L’uomo non cessa mai di avere bisogno di liberazione e salvezza. Annunciare il vangelo non significa, comunicare delle verità teoriche e nemmeno un insieme di norme morali. Significa, invece, portare gli uomini a fare esperienza di Gesù Cristo, venuto nel mondo – secondo la testimonianza di Giovanni – per salvare l’uomo dal peccato, dal male, dalla morte. Quindi non si può trasmettere il vangelo a prescindere dai bisogni e dalle attese odierne dell’uomo.  Parlare della fede in Gesù, agnello di Dio che toglie il peccato del mondo, significa parlare all’uomo del nostro tempo chiedendosi prima che cosa egli cerca nel profondo del suo cuore.
«Se vogliamo adottare un criterio opportuno..., dovremmo coltivare due attenzioni tra loro complementari...Di entrambi ci è testimone Gesù Cristo. La prima consiste nello sforzo di metterci in ascolto della cultura del nostro mondo, per discernere i semi del Verbo già presenti in essa, anche al di là dei confini visibili della Chiesa. Ascoltare le attese più intime dei nostri contemporanei, prenderne sul serio desideri e ricerche, cercare di capire che cosa fa ardere i loro cuori e cosa invece suscita in loro paura e diffidenza». Inoltre l’attenzione da ciò che emerge come bisogni e attese nel cuore dell’uomo «non significa rinuncia alla differenza cristiana, alla trascendenza del Vangelo...il messaggio cristiano pur additando un cammino di piena umanizzazione, non si limita a proporre un mero umanesimo. Gesù Cristo è venuto a renderci partecipi della vita divina, di quella che felicemente è stata chiamata “l’umanità di Dio”. (Comunicare il vangelo in un mondo che cambia n. 34)

b) Lo Spirito non solo viene a posarsi su Gesù, ma egli lo possiede in modo permanente, così che lo può dispensare ad altri nel battesimo. Infine, l’agnello che perdona i peccati e «la colomba della Chiesa si incontrano in Cristo». Riportiamo un’espressione di San Bernardo in cui unisce così i due simboli: «L’agnello è tra gli animali ciò che la colomba è tra gli uccelli: innocenza, dolcezza, semplicità».

c) Alcune linee operative:
- Rinnovare la disponibilità a collaborare alla missione di Cristo in comunione con la Chiesa nell’aiutare l’uomo a essere liberato dal male, dal peccato.
- Affiancarsi al cammino di ogni uomo e di ogni donna perché vivano la speranza in Gesù che libera e salva.
- Testimoniare la propria gioia di sperimentare l’efficacia della parola di Gesù nella propria vita.
- Vivere nella comunicazione della fede rendendo testimonianza a Gesù salvatore di ogni uomo      
6. Salmo 39 (40)
Il salmo esprime la situazione di un uomo che, liberato da una situazione opprimente, non trova atteggiamento più autentico di risposta a Dio, che la disponibilità esistenziale e totale alla sua parola.
Ho sperato: ho sperato nel Signore
ed egli su di me si è chinato,
ha dato ascolto al mio grido.
Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo,
lode al nostro Dio.

Sacrificio e offerta non gradisci,
gli orecchi mi hai aperto.
Non hai chiesto olocausto e vittima per la colpa.
Allora ho detto: Ecco io vengo.

Sul rotolo del libro, di me è scritto,
che io faccia il tuo volere.
Mio Dio, questo io desidero,
la tua legge è nel profondo del mio cuore».

Ho annunziato la tua giustizia
nella grande assemblea;
vedi, non tengo chiuse le labbra,
Signore, tu lo sai.
7. Preghiera finale

O Padre, che nel giorno del Signore
raduni il tuo popolo per celebrare
Colui che è il Primo e l’Ultimo,
il Vivente che ha sconfitto la morte,
donaci la forza del tuo Spirito,
perché spezzati i vincoli del male,
ti rendiamo il libero servizio
della nostra obbedienza e del nostro amore,
per regnare con Cristo nella gloria.
Egli è Dio, e vive e regna con te,
nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
(Dalla Liturgia)

 

Tratto dal sito  dell'Ordine dei Carmelitani

Ordine dei Carmelitani
Lectio: Marco 10,46-52

Marco 10:46-5230ª Domenica del tempo ordinario
Gesù cura Bartimèo, il cieco di Gerico
Colui che è cieco, veda! Chi ha occhi non si lasci ingannare!
1. Orazione iniziale
Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo con il quale l'hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione.
Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.
2. Lettura
a) Chiave di lettura
Il vangelo di questa Domenica descrive l’episodio della guarigione del cieco Bartimèo di Gerico (Mc 10,46-52), che racchiude una lunga istruzione di Gesù per i suoi discepoli (Mc da 8,22 a 10,52). All’inizio di questa istruzione, Marco colloca la guarigione del cieco anonimo (Mc 8,22-26). Ora, alla fine, comunica la guarigione del cieco di Gerico. Come vedremo, le due guarigioni sono il simbolo di ciò che succedeva tra Gesù e i discepoli. Indicano il processo e l’obiettivo del lento apprendimento dei discepoli. Descrivono il punto di partenza (il cieco anonimo) e il punto di arrivo (Bartimèo) dell’istruzione di Gesù ai discepoli e a tutti noi.
Nel corso della lettura cercheremo di prestare attenzione agli atteggiamenti di Gesù, del cieco Bartimèo e della gente di Gerico, e a tutto ciò che ognuno di loro dice e fa. Mentre leggi e mediti il testo, pensa come se ti stessi guardando in uno specchio. In chi si rispecchia il tuo volto: in Gesù, nel cieco Bartimèo, nella gente?
b) Una divisione del testo per aiutarne la lettura
Mc 10,46: Descrizione del contesto dell’episodio
Mc 10,47: Il grido del povero
Mc 10,48: Reazione della gente dinanzi al grido del povero
Mc 10,49-50: Reazione di Gesù dinanzi al grido del povero
Mc 10,51-52: Conversazione di Gesù con il cieco e sua guarigione
c) Il testo: Marco 10,46-52
In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.
3. Momento di silenzio orante
perché la Parola di Dio possa entrare in noi e illuminare la nostra vita.
4. Alcune domande
per aiutarci nella meditazione e nella orazione.
a) Qual è il punto del testo che più ti è piaciuto? Perché?
b) Qual è l’atteggiamento di Gesù: cosa dice e cosa fa?
c) Qual è l’atteggiamento della gente di Gerico: cosa dicono e fanno?
d) Qual è l’atteggiamento del cieco Bartimèo: cosa dice e fa?
e) Qual è per noi la lezione nella guarigione del cieco Bartimèo?
5. Per coloro che vogliono approfondire il tema
a) Contesto della lunga istruzione di Gesù ai discepoli
La guarigione del cieco anonimo, all’inizio dell’istruzione, è compiuta in due momenti (Mc 8,22-26). Nel primo momento, il cieco comincia a intuire le cose, ma solo a metà. Vede le persone come se fossero alberi (Mc 8,24). Nel secondo momento, nel secondo tentativo, comincia a capire bene. I discepoli erano come il cieco anonimo: accettavano Gesù come Messia, ma non accettavano la croce (Mc 8,31-33). Erano persone che scambiavano le persone per alberi. Non avevano una fede forte in Gesù. Continuavano ad essere ciechi! Quando Gesù insisteva nel servizio e nel dono (Mc 8,31.34; 9,31; 10,33-34), insistevano tra loro su chi fosse il più importante (Mc 9,34), e continuavano a chiedere i primi posti nel Regno, uno alla destra e l’altro alla sinistra del trono (Mc 10,35-37). Segno questo che l’ideologia dominante dell’epoca era penetrata profondamente nella loro mentalità. Il vissuto di vari anni con Gesù non aveva ancora rinnovato il loro modo di vedere le cose e le persone. Loro guardavano Gesù con lo sguardo del passato. Volevano che fosse come colui che immaginavano: un messia glorioso (Mc 8,32). Ma l’obiettivo dell’istruzione di Gesù è che i suoi discepoli siano come il cieco Bartimèo che accetta Gesù come è. Bartimèo ha una fede forte che lo fa intuire, fede che Pietro non ha ancora. E così Bartimèo diventa il modello sia per i discepoli del tempo di Gesù, sia per le comunità del tempo di Marco e per tutti noi.
b) Commento del testo
Mc 10,46-47: Descrizione del contesto dell’episodio: Il grido del povero.
Finalmente, dopo una lunga camminata, Gesù e i discepoli giungono a Gerico, ultima fermata prima di salire a Gerusalemme. Il cieco Bartimèo è seduto sul ciglio della strada. Non può partecipare alla processione che accompagna Gesù. È cieco, non vede nulla. Ma grida, invocando l’aiuto del Signore: “Figlio di Davide! Abbi pietà di me!”. L’espressione “Figlio di Davide” era il titolo più comune che la gente dava al Messia (Mt 21,9; cfr. Mc 11,10). Ma questo titolo non piaceva molto a Gesù. Lui giunse a criticare e questionare l’abitudine dei dottori della legge che insegnavano alla gente dicendo che il Messia è il figlio di Davide (Mc 12,35-37).
Mc 10,48: Reazione della gente dinanzi al grido del povero.
Il grido del povero è scomodo, non piace. Coloro che vanno in processione con Gesù cercano di farlo stare zitto. Ma “lui gridava ancora più forte!”. Fino ad oggi il grido del povero è scomodo. Oggi sono milioni coloro che gridano: migranti, carcerati, affamati, malati, emarginati, oppressi, gente senza lavoro, senza stipendio, senza casa, senza tetto, senza terra, che non riceveranno mai un segno di amore! Grida silenziate, che entrano nelle case, nelle chiese, nelle città, nell’organizzazione mondiale. Le ascolta solo colui che apre gli occhi per osservare ciò che succede nel mondo. Ma molti sono coloro che hanno smesso di ascoltare. Si sono già abituati. Altri tentano di ridurre al silenzio le grida, come fu fatto con il cieco di Gerico. Ma non riescono a zittire le grida del povero. Dio lo ascolta (Es 2,23-24; 3,7). E Dio ci avverte dicendo: “Non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti quando invocherà da me l’aiuto, io ascolterò il suo grido!” (Es 22,21).
Mc 10,49-50: Reazione di Gesù dinanzi al grido del povero.
E Gesù, cosa fa? Dio, come ascolta il grido? Gesù si ferma e ordina di chiamare il cieco. Coloro che volevano farlo tacere, ammutolendo il grido scomodo del povero, ora, a richiesta di Gesù, si vedono obbligati a fare in modo che il povero giunga fino a Gesù. Bartimèo lascia tutto e va verso Gesù. Non possiede molto, appena un mantello. È ciò che ha per coprire il suo corpo (cfr. Es 22,25-26). È la sua sicurezza, la sua terra ferma!
Mc 10,51-52: Conversazione di Gesù con il cieco e la sua guarigione.
Gesù chiede: “Che vuoi che io faccia per te?”. Non basta gridare. Bisogna sapere per cosa si grida! Lui risponde: “Maestro! Che io riabbia la vista!”. Bartimèo aveva invocato Gesù con espressioni non del tutto corrette, perché, come abbiamo visto, il titolo di “Figlio di Davide” non piaceva molto a Gesù (Mc 12,35-37). Ma Bartimèo ha più fede in Gesù che nelle idee e nei titoli su Gesù. Non così gli altri. Non vedono le esigenze, come Pietro (Mc 8,32). Bartimèo sa dare la sua vita accettando Gesù senza imporre condizioni. Gesù gli dice: “Va’! La tua fede ti ha salvato!”. Nel momento stesso il cieco recupera la vista. Lascia tutto e segue Gesù (Mc 10,52). La sua guarigione è frutto della sua fede in Gesù (Mc 10,46-52). Curato, Bartimèo segue Gesù e sale con lui verso Gerusalemme, verso il Calvario! Diventa il discepolo modello per Pietro e per noi tutti: credere più in Gesù che nelle nostre idee su Gesù!
c) Ampliando l'informazione
Il contesto della salita verso Gerusalemme
Gesù e i discepoli sono in cammino verso Gerusalemme (Mc 10,32). Gesù li precede. Ha fretta. Sa che lo uccideranno. Il profeta Isaia lo aveva annunciato (Is 50,4-6; 53,1-10). La sua morte non è il frutto di un destino cieco o di un piano già prestabilito, ma è la conseguenza di un impegno assunto, di una missione ricevuta dal Padre insieme agli esclusi del suo tempo. Per tre volte, Gesù allerta i discepoli sulla tortura e la morte che lo attendono a Gerusalemme (Mc 8,31; 9,31; 10,33). Il discepolo deve seguire il maestro, anche se è per soffrire con lui (Mc 8,34-35). I discepoli sono spaventati e lo accompagnano con paura (Mc 9,32). Non capiscono ciò che sta succedendo. La sofferenza non andava d’accordo con l’idea che loro avevano del Messia (Mc 8,32-33; Mt 16,22). Ed alcuni non solo non capivano, ma continuavano ad avere anche ambizioni personali. Giacomo e Giovanni chiedono un posto nella gloria del Regno, uno alla destra e l’altro alla sinistra di Gesù (Mc 10,35-37). Vogliono precedere Pietro! Non capiscono la proposta di Gesù. Sono preoccupati solo dei propri interessi. Ciò rispecchia le dispute e le tensioni esistenti nelle comunità, al tempo di Marco, e che esistono tuttora nelle nostre comunità. Gesù reagisce con decisione: “Cosa state chiedendo!” (Mc 10,38). E domanda se sono capaci di bere il calice che lui, Gesù, berrà, e se sono disposti a ricevere il battesimo che lui riceverà. È il calice della sofferenza, il battesimo di sangue! Gesù vuole sapere se loro, invece di un posto d’onore, accettano di dare la vita fino alla morte. Loro due rispondono: “Lo possiamo!” (Mc 8,39). Sembra una risposta detta solo con le labbra, perché, pochi giorni dopo, abbandonano Gesù e lo lasciano solo nell’ora della sofferenza (Mc 14,50). Loro non hanno molta coscienza critica, non percepiscono la sua realtà personale. Nella sua istruzione ai discepoli, Gesù insiste sull’esercizio del potere (cfr. Mc 9,33-35). In quel tempo, coloro che detenevano il potere non facevano attenzione alla gente. Agivano secondo le loro idee (cfr. Mc 6,17-29). L’Impero Romano controllava il mondo e lo teneva sottomesso con la forza delle armi e così, attraverso i tributi, le tasse e le imposte, riusciva a concentrare la ricchezza del popolo nelle mani di pochi a Roma. La società era caratterizzata dall’esercizio repressivo ed abusivo del potere. Gesù ha un’altra proposta. Dice: “Tra di voi non deve essere così! Chi vuole essere grande tra di voi si farà vostro servitore!” (Mc 10,43). Insegna ad andare contro i privilegi e le rivalità. Sovverte il sistema ed insiste nel servizio, rimedio contro l’ambizione personale. In definitiva, presenta la testimonianza della sua propria vita: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” (Mc 10,45).
La fede è una forza che trasforma le persone
La Buona Novella del Regno annunciata da Gesù è come un fertilizzante. Fa crescere il seme della vita nascosta nelle persone, nella gente, nascosta come fuoco sotto le ceneri dell’osservanza, senza vita. Gesù soffia sulla cenere e il fuoco si accende, il Regno viene svelato e la gente si rallegra. La condizione è sempre la stessa: credere in Gesù.
Ma quando il timore si impossessa della persona, allora scompare la fede e la speranza si spegne. Nell’ora della tormenta, Gesù rimprovera ai discepoli la mancanza di fede (Mc 4,40). Non credono, perché hanno paura (Mc 4,41). Per mancanza di fede tra gli abitanti di Nazaret, Gesù non può compiere nessun miracolo (Mc 6,6). Quella gente non volle credere, perché Gesù non era come loro pensavano che fosse (Mc 6,2-3). È proprio la mancanza di fede ciò che impedisce ai discepoli di scacciare “lo spirito muto” che maltratta un bambino malato (Mc 9,17). Gesù li critica: “O generazione incredula!” (Mc 9,19). E indica il cammino per rianimare la fede: “Questa specie di demoni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera” (Mc 9,29).
Gesù stimolava le persone ad avere fede in lui e di conseguenza creava fiducia negli altri (Mc 5,34.36; 7,25-29; 9,23-29; 10,52; 12,34.41-44). Lungo le pagine del vangelo di Marco, la fede in Gesù e nella sua parola appare come una forza che trasforma le persone. Fa ricevere il perdono dei peccati (Mc 2,5), affronta e vince la tormenta (Mc 4,40), fa rinascere le persone ed attiva in loro il potere di curarsi e di purificarsi (Mc 5,34). La fede ottiene la vittoria sulla morte, poiché la bambina di dodici anni risuscita grazie alla fede di Giairo, suo padre, nella parola di Gesù (Mc 5,36). La fede fa saltare di nuovo il cieco Bartimèo: “La tua fede ti ha salvato!” (Mc 10,52). Se tu dici alla montagna: “Levati e gettati nel mare”, la montagna cadrà nel mare, ma non bisogna dubitare nel proprio cuore (Mc 11,23-24). “Perché tutto è possibile per colui che ha fede!” (Mc 9,23). “Abbiate fede in Dio!” (Mc 11,22). Grazie alle sue parole e alle sue azioni Gesù sveglia nella gente una forza addormentata che la gente non sa di avere. Così avviene con Giairo (Mc 5,36), con la donna che aveva l’emorragia (Mc 5,34), con il padre del bambino epilettico (Mc 9,23-24), con il cieco Bartimèo (Mc 10,52), e tante altre persone, che per la loro fede in Gesù, fecero nascere una vita nuova in loro e negli altri.
La guarigione di Bartimèo (Mc 10,46-52) chiarisce un aspetto molto importante della lunga istruzione di Gesù ai discepoli. Bartimèo aveva invocato Gesù con il titolo messianico di “Figlio di Davide!” (Mc 10,47). A Gesù questo titolo non piaceva (Mc 12,35-37). Ma pur avendo invocato Gesù con espressioni non totalmente corrette, Bartimèo ha fede ed è guarito! Diversamente da Pietro, crede più in Gesù che nelle idee che ha su Gesù. Cambia la sua idea, si converte, lascia tutto e segue Gesù lungo il cammino fino al Calvario! (Mc 10,52).
La comprensione piena della sequela di Gesù non si ottiene con l’istruzione teorica, bensì mediante l’impegno pratico, camminando con lui lungo il cammino del servizio, dalla Galilea a Gerusalemme. Chi insiste a mantenere l’idea di Pietro, cioè del Messia glorioso senza la croce, non capirà Gesù e non arriverà mai ad assumere l’atteggiamento del vero discepolo. Chi vuole credere in Gesù e fare “dono di sé” (Mc 8,35), accettare di “essere l’ultimo” (Mc 9,35), “bere il calice e portare la croce” (Mc 10,38), costui, come Bartimèo, pur non avendo idee pienamente corrette, otterrà di poter “seguire Gesù lungo il cammino” (Mc 10,52). In questa certezza di poter camminare con Gesù si trova la fonte del coraggio e il seme della vittoria sulla croce.
6. Orazione - Salmo 31 (30)
In te, Signore, mi sono rifugiato!
In te, Signore, mi sono rifugiato,
mai sarò deluso;
per la tua giustizia salvami.
Porgi a me l'orecchio,
vieni presto a liberarmi.
Sii per me la rupe che mi accoglie,
la cinta di riparo che mi salva.
Tu sei la mia roccia e il mio baluardo,
per il tuo nome dirigi i miei passi.
Scioglimi dal laccio che mi hanno teso,
perché sei tu la mia difesa.
Mi affido alle tue mani;
tu mi riscatti, Signore, Dio fedele.
Tu detesti chi serve idoli falsi,
ma io ho fede nel Signore.
Esulterò di gioia per la tua grazia,
perché hai guardato alla mia miseria,
hai conosciuto le mie angosce;
non mi hai consegnato nelle mani del nemico,
hai guidato al largo i miei passi.
Abbi pietà di me, Signore, sono nell'affanno;
per il pianto si struggono i miei occhi,
la mia anima e le mie viscere.
Si consuma nel dolore la mia vita,
i miei anni passano nel gemito;
inaridisce per la pena il mio vigore,
si dissolvono tutte le mie ossa.
Sono l'obbrobrio dei miei nemici,
il disgusto dei miei vicini,
l'orrore dei miei conoscenti;
chi mi vede per strada mi sfugge.
Sono caduto in oblio come un morto,
sono divenuto un rifiuto.
Se odo la calunnia di molti, il terrore mi circonda;
quando insieme contro di me congiurano,
tramano di togliermi la vita.
Ma io confido in te, Signore;
dico: "Tu sei il mio Dio,
nelle tue mani sono i miei giorni".
Liberami dalla mano dei miei nemici,
dalla stretta dei miei persecutori:
fa’ splendere il tuo volto sul tuo servo,
salvami per la tua misericordia.
Signore, ch'io non resti confuso, perché ti ho invocato;
siano confusi gli empi, tacciano negli inferi.
Fa’ tacere le labbra di menzogna,
che dicono insolenze contro il giusto
con orgoglio e disprezzo.
Quanto è grande la tua bontà, Signore!
La riservi per coloro che ti temono,
ne ricolmi chi in te si rifugia
davanti agli occhi di tutti.
Tu li nascondi al riparo del tuo volto,
lontano dagli intrighi degli uomini;
li metti al sicuro nella tua tenda,
lontano dalla rissa delle lingue.
Benedetto il Signore,
che ha fatto per me meraviglie di grazia
in una fortezza inaccessibile.
Io dicevo nel mio sgomento:
"Sono escluso dalla tua presenza".
Tu invece hai ascoltato la voce della mia preghiera
quando a te gridavo aiuto.
Amate il Signore, voi tutti suoi santi;
il Signore protegge i suoi fedeli
e ripaga oltre misura l'orgoglioso.
Siate forti, riprendete coraggio,
o voi tutti che sperate nel Signore.
7. Orazione finale
Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell'unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.



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