Parrocchia di Terme Vigliatore

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Lectio Divina 

Domenica 12 maggio -  Tratto dal sito  dell'Ordine dei Carmelitani

Gesù è il pastore:
le sue pecore lo conoscono
Giovanni 10,27-30

1. LECTIO
a) Orazione iniziale:

Vieni, Spirito santo, nei nostri cuori e accendi in essi il fuoco del tuo amore, donaci la grazia di leggere e rileggere questa pagina del vangelo per farne memoria attiva, amante e operosa nella nostra vita. Noi vogliamo accostarci al mistero della persona di Gesù contenuto in questa immagine del pastore. Per questo ti chiediamo umilmente di aprire gli occhi della mente e del cuore per poter conoscere la potenza della sua resurrezione. Illumina, o Spirito di luce, la nostra mente perché possiamo comprendere le parole di Gesù Buon Pastore; riscalda il nostro cuore perché avvertiamo che non sono lontane da noi, ma sono la chiave della nostra esperienza presente. Vieni, o Spirito santo, perché senza di te il Vangelo appare una lettera morta; con te il Vangelo è Spirito di vita. Donaci, Padre, il santo Spirito; te lo chiediamo insieme con Maria, la madre di Gesù e madre nostra e con Elia, tuo profeta nel nome del tuo Figlio Gesù Cristo nostro Signore. Amen!

Giovanni 10,27-30

b) Lettura del vangelo:

27Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. 29Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. 30Io e il Padre siamo una cosa sola.

c) Momenti di silenzio orante:

Il silenzio protegge il fuoco della parola che è entrato in noi con l’ascolto della Parola. Aiuta a conservare il fuoco interiore di Dio. Sosta alcuni momenti nel silenzio d’ascolto per poter partecipare al potere creativo e ricreativo della Parola divina.
2. MEDITATIO

a) Chiave di lettura:

Il brano della liturgia di questa domenica è tratto dal c.10 di Giovanni, un discorso di Gesù ambientato durante la festa giudaica della dedicazione del Tempio di Gerusalemme che cadeva verso la fine di dicembre (durante la quale si commemorava la riconsacrazione del Tempio violato dai siro-ellenisti, ad opera di Giuda Maccabeo nel 164 a.C). Le parole di Gesù sul rapporto tra il Pastore (Cristo) e le pecore (la Chiesa) appartengono ad un vero e proprio dibattito fra Gesù e i giudei. Questi rivolgono a Gesù una domanda chiara e reclamano una risposta altrettanto precisa e pubblica: «Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente» (10,24). Giovanni altre volte nel vangelo presenta i giudei che pretendono da Gesù un’affermazione chiara sulla sua identità (2,18; 5,16; 8,25). Per i sinottici una simile richiesta è situata durante il processo davanti al Sinedrio (Mt 26,63; Mc 14,61; Lc 22,67). La risposta di Gesù viene presentata in due tappe (vv. 25-31 e 32-39). Consideriamo brevemente il contesto della prima ove è inserito il nostro testo liturgico. I giudei non hanno compreso la parabola del pastore (Gv 10, 1-21) e ora domandano a Gesù una rivelazione più chiara della sua identità. Di per sé il motivo della loro incredulità non è da ricercarsi poca chiarezza ma perché si rifiutano di appartenere alle sue pecore. Può essere illuminante un’analoga espressione di Gesù in Mc 4,11: «A voi è dato conoscere il mistero del Regno di Dio, ma a quelli di fuori tutto è proposto in parabole». Le parole di Gesù sono luce solo per chi vive all’interno della comunità, per chi decide di restare fuori sono un enigma che sconcerta. All’incredulità dei Giudei Gesù contrappone il comportamento di coloro che gli appartengono e che il Padre gli ha dato; ma anche della relazione con essi.

Il linguaggio di Gesù non è per noi di immediata evidenza; anzi il paragonare i credenti ad un gregge ci lascia perplessi. Noi siamo, per lo più, estranei alla vita agricola e pastorale, e non è facile capire che cosa rappresentasse il gregge per un popolo di pastori. Gli ascoltatori ai quali Gesù rivolge la parabola, invece, era appunti un popolo di pastori. È evidente che la parabola và intesa dal punto di vista dell’uomo che condivide quasi tutto con il suo gregge. Egli le conosce: vede ogni loro qualità e ogni lacuna; anch’esse sperimentano la sua guida: rispondono alla sua voce e alle sue indicazioni.

i) Le pecore di Gesù ascoltano la sua voce: si tratta non solo di un ascolto esterno (3,5; 5,37) ma anche un attento ascolto (5,28; 10,3) fino all’ascolto obbediente (10,16.27; 18,37; 5,25). Nel discorso del pastore questo ascolto esprime la confidenza e l’unione delle pecore al pastore (10,4). L’aggettivo «mie» non indica soltanto il semplice possesso delle pecore, ma mette in evidenza che le pecore gli appartengono, e gli appartengono in quanto ne è il proprietario (10,12).

ii) Ecco, allora, stabilirsi una comunicazione intima tra Gesù e le pecore: «ed io le conosco» (10,27). Non si tratta di una conoscenza intellettuale; nel senso biblico «conoscere qualcuno» significa soprattutto avere un rapporto personale con lui, vivere in un certo qualmodo in comunione con lui. Una conoscenza che non esclude i tratti umani della simpatia, amore, comunione di natura.

iii) In virtù di questa conoscenza d’amore il Pastore invita i suoi a seguirlo. L’ascolto del Pastore comporta anche un discernimento, perché tra le tante voci possibili sceglie quella che corrisponde a una precisa persona (Gesù). In seguito a questo discernimento, la risposta si fa attiva, personale e diventa obbedienza. Questa proviene dall’ascolto. Quindi tra l’ascolto e la sequela del Pastore sta il conoscere Gesù.

La conoscenza di Gesù delle sue pecore apre un itinerario che conduce all’amore: «Io do loro la vita eterna». Per l’evangelista la vita è il dono della comunione con Dio. Mentre nei sinottici ‘vita’ o ‘vita eterna’ è connessa con il futuro; nel vangelo di Giovanni designa un possesso attuale. Tale aspetto viene spesso ripetuto nel racconto giovanneo: «Chi crede nel Figlio ha la vita eterna» (3,36); «In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna» (5,24; 6,47).

La relazione d’amore di Gesù si concretizza anche per l’esperienza di protezione che l’uomo sperimenta: si dice che le pecore «non andranno mai perdute». Forse un allusione alla perdizione eterna. E si aggiunge che «nessuno le rapirà». Tale espressione suggerisce il ruolo della mano di Dio e di Cristo che impediscono ai cuori delle persone di essere rapiti da altre forze negative. Nella Bibbia la mano, in alcuni contesti, è una metafora che indica la forza di Dio che protegge (Dt 33,3; Sal 31,6). Inoltre il verbo «rapire» (harpázō) suggerisce l’idea che la comunità dei discepoli non sarà esente dagli attacchi del male e delle tentazioni. Ma l’espressione «nessuno le rapirà» sta a indicare che la presenza di Cristo assicura alla comunità la certezza di una granitica stabilità che le permette di superare ogni tentazione di paura.

b) Alcune domande:

per orientare la riflessione meditativa e l’attualizzazione.

i) Il primo atteggiamento che la parola di Gesù ha evidenziato è che l’uomo deve «ascoltare». Tale verbo nel linguaggio biblico è ricco di risonanze: implica l’adesione gioiosa al contenuto di ciò che si ascolta, l’obbedienza alla persona che parla, la scelta di vita di colui che si rivolge a noi. Sei un uomo immerso nell’ascolto di Dio? Ci sono spazi e momenti nella tua vita quotidiana che dedichi in modo particolare all’ascolto della Parola di Dio?

ii) Il dialogo o comunicazione intima e profonda tra Cristo e te è stata definita dal vangelo della liturgia di oggi con un grande verbo biblico, il «conoscere». Esso coinvolge l’essere intero dell’uomo: la mente, il cuore, la volontà. La tua conoscenza del Cristo è ferma ad un livello teorico-astratto o ti lasci trasformare e guidare dalla sua voce nel cammino della tua vita?

iii) L’uomo che ha ascoltato e conosciuto Dio «segue» il Cristo come unica guida della sua vita. La tua sequela è quotidiana, continua? Anche quando all’orizzonte si intravede l’incubo di altre voci o ideologie che tentano di strapparci dalla comunione con Dio?

iv) Nella meditazione del vangelo di oggi sono emersi altri due verbi: noi non saremo mai «perduti» e nessuno ci potrà «rapire» dalla presenza di Cristo che protegge la nostra vita. È ciò che fonda e motiva la nostra sicurezza quotidiana. Tale idea è espressa in modo luminoso da Paolo: «Io sono persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù, nostro Signore » (8,38-39). Quando tra i credenti e la persona di Gesù s’instaura un rapporto di relazione fatta di chiamata e di ascolto, allora la vita procede nella sicurezza di arrivare alla maturità spirituale e al successo. Il vero fondamento di questa sicurezza sta nello scoprire ogni giorno l’identità divina di questo pastore che è la sicurezza della nostra vita. Sperimenti questa sicurezza e questa serenità quando ti senti minacciato dal male?

v) Le parole di Gesù «Io dò loro la vita eterna» ti assicurano che la meta del tuo cammino come credente non è oscura e incerta. Per te la vita eterna allude alla quantità degli anni che puoi vivere o invece ti richiama la comunione di vita con Dio stesso? È motivo di gioia per te sperimentare la compagnia di Dio nella tua vita?
3. ORATIO

a) Salmo 99 (100), 2; 3; 5

Acclamate al Signore, voi tutti della terra,
servite il Signore nella gioia,
presentatevi a lui con esultanza.
Riconoscete che il Signore è Dio;
egli ci ha fatti e noi siamo suoi,
suo popolo e gregge del suo pascolo.
Buono è il pastore,
eterna la sua misericordia,
la sua fedeltà per ogni generazione.

b) Preghiera finale:

Ti chiediamo, Signore, di manifestarti a ciascuno di noi come il Buon Pastore, che nella forza della Pasqua ricostituisci, rianimi i tuoi, con tutta la delicatezza della tua presenza, con tutta la forza del tuo Spirito. Ti chiediamo di aprire i nostri occhi, perché possiamo conoscere come tu ci guidi, sostieni la nostra volontà di seguirti ovunque tu ci condurrai. Concedi a noi la grazia di non essere strappati dalle tue mani di Buon Pastore ed di non essere in balia del male che ci minaccia, delle divisioni che si annidano all’interno del nostro cuore. Tu, O Cristo, sei il pastore, la nostra guida, il nostro esempio, il nostro conforto, il nostro fratello. Amen!
4. CONTEMPLATIO

Contempla la Parola del Buon Pastore nella tua vita. Le tappe precedenti della lectio divina, importanti in se stesse, assumono funzionalità, se orientate al vissuto. Il cammino della “lectio” non si può dire concluso se non arriva a fare della Parola una scuola di vita per te. Tale meta si raggiunge quando sperimenti in te i frutti dello Spirito. Essi sono: la pace interiore che fiorisce nella gioia e nel gusto per la Parola; la capacità di discernimento tra ciò che è essenziale ed opera di Dio e ciò che è futile ed opera del male; il coraggio della scelta e dell’azione concreta, secondo i valori della pagina biblica che hai letto e meditato.

Tratto dal sito  dell'Ordine dei Carmelitani

Ordine dei Carmelitani
Lectio: Marco 10,46-52

Marco 10:46-5230ª Domenica del tempo ordinario
Gesù cura Bartimèo, il cieco di Gerico
Colui che è cieco, veda! Chi ha occhi non si lasci ingannare!
1. Orazione iniziale
Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo con il quale l'hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione.
Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.
2. Lettura
a) Chiave di lettura
Il vangelo di questa Domenica descrive l’episodio della guarigione del cieco Bartimèo di Gerico (Mc 10,46-52), che racchiude una lunga istruzione di Gesù per i suoi discepoli (Mc da 8,22 a 10,52). All’inizio di questa istruzione, Marco colloca la guarigione del cieco anonimo (Mc 8,22-26). Ora, alla fine, comunica la guarigione del cieco di Gerico. Come vedremo, le due guarigioni sono il simbolo di ciò che succedeva tra Gesù e i discepoli. Indicano il processo e l’obiettivo del lento apprendimento dei discepoli. Descrivono il punto di partenza (il cieco anonimo) e il punto di arrivo (Bartimèo) dell’istruzione di Gesù ai discepoli e a tutti noi.
Nel corso della lettura cercheremo di prestare attenzione agli atteggiamenti di Gesù, del cieco Bartimèo e della gente di Gerico, e a tutto ciò che ognuno di loro dice e fa. Mentre leggi e mediti il testo, pensa come se ti stessi guardando in uno specchio. In chi si rispecchia il tuo volto: in Gesù, nel cieco Bartimèo, nella gente?
b) Una divisione del testo per aiutarne la lettura
Mc 10,46: Descrizione del contesto dell’episodio
Mc 10,47: Il grido del povero
Mc 10,48: Reazione della gente dinanzi al grido del povero
Mc 10,49-50: Reazione di Gesù dinanzi al grido del povero
Mc 10,51-52: Conversazione di Gesù con il cieco e sua guarigione
c) Il testo: Marco 10,46-52
In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.
3. Momento di silenzio orante
perché la Parola di Dio possa entrare in noi e illuminare la nostra vita.
4. Alcune domande
per aiutarci nella meditazione e nella orazione.
a) Qual è il punto del testo che più ti è piaciuto? Perché?
b) Qual è l’atteggiamento di Gesù: cosa dice e cosa fa?
c) Qual è l’atteggiamento della gente di Gerico: cosa dicono e fanno?
d) Qual è l’atteggiamento del cieco Bartimèo: cosa dice e fa?
e) Qual è per noi la lezione nella guarigione del cieco Bartimèo?
5. Per coloro che vogliono approfondire il tema
a) Contesto della lunga istruzione di Gesù ai discepoli
La guarigione del cieco anonimo, all’inizio dell’istruzione, è compiuta in due momenti (Mc 8,22-26). Nel primo momento, il cieco comincia a intuire le cose, ma solo a metà. Vede le persone come se fossero alberi (Mc 8,24). Nel secondo momento, nel secondo tentativo, comincia a capire bene. I discepoli erano come il cieco anonimo: accettavano Gesù come Messia, ma non accettavano la croce (Mc 8,31-33). Erano persone che scambiavano le persone per alberi. Non avevano una fede forte in Gesù. Continuavano ad essere ciechi! Quando Gesù insisteva nel servizio e nel dono (Mc 8,31.34; 9,31; 10,33-34), insistevano tra loro su chi fosse il più importante (Mc 9,34), e continuavano a chiedere i primi posti nel Regno, uno alla destra e l’altro alla sinistra del trono (Mc 10,35-37). Segno questo che l’ideologia dominante dell’epoca era penetrata profondamente nella loro mentalità. Il vissuto di vari anni con Gesù non aveva ancora rinnovato il loro modo di vedere le cose e le persone. Loro guardavano Gesù con lo sguardo del passato. Volevano che fosse come colui che immaginavano: un messia glorioso (Mc 8,32). Ma l’obiettivo dell’istruzione di Gesù è che i suoi discepoli siano come il cieco Bartimèo che accetta Gesù come è. Bartimèo ha una fede forte che lo fa intuire, fede che Pietro non ha ancora. E così Bartimèo diventa il modello sia per i discepoli del tempo di Gesù, sia per le comunità del tempo di Marco e per tutti noi.
b) Commento del testo
Mc 10,46-47: Descrizione del contesto dell’episodio: Il grido del povero.
Finalmente, dopo una lunga camminata, Gesù e i discepoli giungono a Gerico, ultima fermata prima di salire a Gerusalemme. Il cieco Bartimèo è seduto sul ciglio della strada. Non può partecipare alla processione che accompagna Gesù. È cieco, non vede nulla. Ma grida, invocando l’aiuto del Signore: “Figlio di Davide! Abbi pietà di me!”. L’espressione “Figlio di Davide” era il titolo più comune che la gente dava al Messia (Mt 21,9; cfr. Mc 11,10). Ma questo titolo non piaceva molto a Gesù. Lui giunse a criticare e questionare l’abitudine dei dottori della legge che insegnavano alla gente dicendo che il Messia è il figlio di Davide (Mc 12,35-37).
Mc 10,48: Reazione della gente dinanzi al grido del povero.
Il grido del povero è scomodo, non piace. Coloro che vanno in processione con Gesù cercano di farlo stare zitto. Ma “lui gridava ancora più forte!”. Fino ad oggi il grido del povero è scomodo. Oggi sono milioni coloro che gridano: migranti, carcerati, affamati, malati, emarginati, oppressi, gente senza lavoro, senza stipendio, senza casa, senza tetto, senza terra, che non riceveranno mai un segno di amore! Grida silenziate, che entrano nelle case, nelle chiese, nelle città, nell’organizzazione mondiale. Le ascolta solo colui che apre gli occhi per osservare ciò che succede nel mondo. Ma molti sono coloro che hanno smesso di ascoltare. Si sono già abituati. Altri tentano di ridurre al silenzio le grida, come fu fatto con il cieco di Gerico. Ma non riescono a zittire le grida del povero. Dio lo ascolta (Es 2,23-24; 3,7). E Dio ci avverte dicendo: “Non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti quando invocherà da me l’aiuto, io ascolterò il suo grido!” (Es 22,21).
Mc 10,49-50: Reazione di Gesù dinanzi al grido del povero.
E Gesù, cosa fa? Dio, come ascolta il grido? Gesù si ferma e ordina di chiamare il cieco. Coloro che volevano farlo tacere, ammutolendo il grido scomodo del povero, ora, a richiesta di Gesù, si vedono obbligati a fare in modo che il povero giunga fino a Gesù. Bartimèo lascia tutto e va verso Gesù. Non possiede molto, appena un mantello. È ciò che ha per coprire il suo corpo (cfr. Es 22,25-26). È la sua sicurezza, la sua terra ferma!
Mc 10,51-52: Conversazione di Gesù con il cieco e la sua guarigione.
Gesù chiede: “Che vuoi che io faccia per te?”. Non basta gridare. Bisogna sapere per cosa si grida! Lui risponde: “Maestro! Che io riabbia la vista!”. Bartimèo aveva invocato Gesù con espressioni non del tutto corrette, perché, come abbiamo visto, il titolo di “Figlio di Davide” non piaceva molto a Gesù (Mc 12,35-37). Ma Bartimèo ha più fede in Gesù che nelle idee e nei titoli su Gesù. Non così gli altri. Non vedono le esigenze, come Pietro (Mc 8,32). Bartimèo sa dare la sua vita accettando Gesù senza imporre condizioni. Gesù gli dice: “Va’! La tua fede ti ha salvato!”. Nel momento stesso il cieco recupera la vista. Lascia tutto e segue Gesù (Mc 10,52). La sua guarigione è frutto della sua fede in Gesù (Mc 10,46-52). Curato, Bartimèo segue Gesù e sale con lui verso Gerusalemme, verso il Calvario! Diventa il discepolo modello per Pietro e per noi tutti: credere più in Gesù che nelle nostre idee su Gesù!
c) Ampliando l'informazione
Il contesto della salita verso Gerusalemme
Gesù e i discepoli sono in cammino verso Gerusalemme (Mc 10,32). Gesù li precede. Ha fretta. Sa che lo uccideranno. Il profeta Isaia lo aveva annunciato (Is 50,4-6; 53,1-10). La sua morte non è il frutto di un destino cieco o di un piano già prestabilito, ma è la conseguenza di un impegno assunto, di una missione ricevuta dal Padre insieme agli esclusi del suo tempo. Per tre volte, Gesù allerta i discepoli sulla tortura e la morte che lo attendono a Gerusalemme (Mc 8,31; 9,31; 10,33). Il discepolo deve seguire il maestro, anche se è per soffrire con lui (Mc 8,34-35). I discepoli sono spaventati e lo accompagnano con paura (Mc 9,32). Non capiscono ciò che sta succedendo. La sofferenza non andava d’accordo con l’idea che loro avevano del Messia (Mc 8,32-33; Mt 16,22). Ed alcuni non solo non capivano, ma continuavano ad avere anche ambizioni personali. Giacomo e Giovanni chiedono un posto nella gloria del Regno, uno alla destra e l’altro alla sinistra di Gesù (Mc 10,35-37). Vogliono precedere Pietro! Non capiscono la proposta di Gesù. Sono preoccupati solo dei propri interessi. Ciò rispecchia le dispute e le tensioni esistenti nelle comunità, al tempo di Marco, e che esistono tuttora nelle nostre comunità. Gesù reagisce con decisione: “Cosa state chiedendo!” (Mc 10,38). E domanda se sono capaci di bere il calice che lui, Gesù, berrà, e se sono disposti a ricevere il battesimo che lui riceverà. È il calice della sofferenza, il battesimo di sangue! Gesù vuole sapere se loro, invece di un posto d’onore, accettano di dare la vita fino alla morte. Loro due rispondono: “Lo possiamo!” (Mc 8,39). Sembra una risposta detta solo con le labbra, perché, pochi giorni dopo, abbandonano Gesù e lo lasciano solo nell’ora della sofferenza (Mc 14,50). Loro non hanno molta coscienza critica, non percepiscono la sua realtà personale. Nella sua istruzione ai discepoli, Gesù insiste sull’esercizio del potere (cfr. Mc 9,33-35). In quel tempo, coloro che detenevano il potere non facevano attenzione alla gente. Agivano secondo le loro idee (cfr. Mc 6,17-29). L’Impero Romano controllava il mondo e lo teneva sottomesso con la forza delle armi e così, attraverso i tributi, le tasse e le imposte, riusciva a concentrare la ricchezza del popolo nelle mani di pochi a Roma. La società era caratterizzata dall’esercizio repressivo ed abusivo del potere. Gesù ha un’altra proposta. Dice: “Tra di voi non deve essere così! Chi vuole essere grande tra di voi si farà vostro servitore!” (Mc 10,43). Insegna ad andare contro i privilegi e le rivalità. Sovverte il sistema ed insiste nel servizio, rimedio contro l’ambizione personale. In definitiva, presenta la testimonianza della sua propria vita: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” (Mc 10,45).
La fede è una forza che trasforma le persone
La Buona Novella del Regno annunciata da Gesù è come un fertilizzante. Fa crescere il seme della vita nascosta nelle persone, nella gente, nascosta come fuoco sotto le ceneri dell’osservanza, senza vita. Gesù soffia sulla cenere e il fuoco si accende, il Regno viene svelato e la gente si rallegra. La condizione è sempre la stessa: credere in Gesù.
Ma quando il timore si impossessa della persona, allora scompare la fede e la speranza si spegne. Nell’ora della tormenta, Gesù rimprovera ai discepoli la mancanza di fede (Mc 4,40). Non credono, perché hanno paura (Mc 4,41). Per mancanza di fede tra gli abitanti di Nazaret, Gesù non può compiere nessun miracolo (Mc 6,6). Quella gente non volle credere, perché Gesù non era come loro pensavano che fosse (Mc 6,2-3). È proprio la mancanza di fede ciò che impedisce ai discepoli di scacciare “lo spirito muto” che maltratta un bambino malato (Mc 9,17). Gesù li critica: “O generazione incredula!” (Mc 9,19). E indica il cammino per rianimare la fede: “Questa specie di demoni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera” (Mc 9,29).
Gesù stimolava le persone ad avere fede in lui e di conseguenza creava fiducia negli altri (Mc 5,34.36; 7,25-29; 9,23-29; 10,52; 12,34.41-44). Lungo le pagine del vangelo di Marco, la fede in Gesù e nella sua parola appare come una forza che trasforma le persone. Fa ricevere il perdono dei peccati (Mc 2,5), affronta e vince la tormenta (Mc 4,40), fa rinascere le persone ed attiva in loro il potere di curarsi e di purificarsi (Mc 5,34). La fede ottiene la vittoria sulla morte, poiché la bambina di dodici anni risuscita grazie alla fede di Giairo, suo padre, nella parola di Gesù (Mc 5,36). La fede fa saltare di nuovo il cieco Bartimèo: “La tua fede ti ha salvato!” (Mc 10,52). Se tu dici alla montagna: “Levati e gettati nel mare”, la montagna cadrà nel mare, ma non bisogna dubitare nel proprio cuore (Mc 11,23-24). “Perché tutto è possibile per colui che ha fede!” (Mc 9,23). “Abbiate fede in Dio!” (Mc 11,22). Grazie alle sue parole e alle sue azioni Gesù sveglia nella gente una forza addormentata che la gente non sa di avere. Così avviene con Giairo (Mc 5,36), con la donna che aveva l’emorragia (Mc 5,34), con il padre del bambino epilettico (Mc 9,23-24), con il cieco Bartimèo (Mc 10,52), e tante altre persone, che per la loro fede in Gesù, fecero nascere una vita nuova in loro e negli altri.
La guarigione di Bartimèo (Mc 10,46-52) chiarisce un aspetto molto importante della lunga istruzione di Gesù ai discepoli. Bartimèo aveva invocato Gesù con il titolo messianico di “Figlio di Davide!” (Mc 10,47). A Gesù questo titolo non piaceva (Mc 12,35-37). Ma pur avendo invocato Gesù con espressioni non totalmente corrette, Bartimèo ha fede ed è guarito! Diversamente da Pietro, crede più in Gesù che nelle idee che ha su Gesù. Cambia la sua idea, si converte, lascia tutto e segue Gesù lungo il cammino fino al Calvario! (Mc 10,52).
La comprensione piena della sequela di Gesù non si ottiene con l’istruzione teorica, bensì mediante l’impegno pratico, camminando con lui lungo il cammino del servizio, dalla Galilea a Gerusalemme. Chi insiste a mantenere l’idea di Pietro, cioè del Messia glorioso senza la croce, non capirà Gesù e non arriverà mai ad assumere l’atteggiamento del vero discepolo. Chi vuole credere in Gesù e fare “dono di sé” (Mc 8,35), accettare di “essere l’ultimo” (Mc 9,35), “bere il calice e portare la croce” (Mc 10,38), costui, come Bartimèo, pur non avendo idee pienamente corrette, otterrà di poter “seguire Gesù lungo il cammino” (Mc 10,52). In questa certezza di poter camminare con Gesù si trova la fonte del coraggio e il seme della vittoria sulla croce.
6. Orazione - Salmo 31 (30)
In te, Signore, mi sono rifugiato!
In te, Signore, mi sono rifugiato,
mai sarò deluso;
per la tua giustizia salvami.
Porgi a me l'orecchio,
vieni presto a liberarmi.
Sii per me la rupe che mi accoglie,
la cinta di riparo che mi salva.
Tu sei la mia roccia e il mio baluardo,
per il tuo nome dirigi i miei passi.
Scioglimi dal laccio che mi hanno teso,
perché sei tu la mia difesa.
Mi affido alle tue mani;
tu mi riscatti, Signore, Dio fedele.
Tu detesti chi serve idoli falsi,
ma io ho fede nel Signore.
Esulterò di gioia per la tua grazia,
perché hai guardato alla mia miseria,
hai conosciuto le mie angosce;
non mi hai consegnato nelle mani del nemico,
hai guidato al largo i miei passi.
Abbi pietà di me, Signore, sono nell'affanno;
per il pianto si struggono i miei occhi,
la mia anima e le mie viscere.
Si consuma nel dolore la mia vita,
i miei anni passano nel gemito;
inaridisce per la pena il mio vigore,
si dissolvono tutte le mie ossa.
Sono l'obbrobrio dei miei nemici,
il disgusto dei miei vicini,
l'orrore dei miei conoscenti;
chi mi vede per strada mi sfugge.
Sono caduto in oblio come un morto,
sono divenuto un rifiuto.
Se odo la calunnia di molti, il terrore mi circonda;
quando insieme contro di me congiurano,
tramano di togliermi la vita.
Ma io confido in te, Signore;
dico: "Tu sei il mio Dio,
nelle tue mani sono i miei giorni".
Liberami dalla mano dei miei nemici,
dalla stretta dei miei persecutori:
fa’ splendere il tuo volto sul tuo servo,
salvami per la tua misericordia.
Signore, ch'io non resti confuso, perché ti ho invocato;
siano confusi gli empi, tacciano negli inferi.
Fa’ tacere le labbra di menzogna,
che dicono insolenze contro il giusto
con orgoglio e disprezzo.
Quanto è grande la tua bontà, Signore!
La riservi per coloro che ti temono,
ne ricolmi chi in te si rifugia
davanti agli occhi di tutti.
Tu li nascondi al riparo del tuo volto,
lontano dagli intrighi degli uomini;
li metti al sicuro nella tua tenda,
lontano dalla rissa delle lingue.
Benedetto il Signore,
che ha fatto per me meraviglie di grazia
in una fortezza inaccessibile.
Io dicevo nel mio sgomento:
"Sono escluso dalla tua presenza".
Tu invece hai ascoltato la voce della mia preghiera
quando a te gridavo aiuto.
Amate il Signore, voi tutti suoi santi;
il Signore protegge i suoi fedeli
e ripaga oltre misura l'orgoglioso.
Siate forti, riprendete coraggio,
o voi tutti che sperate nel Signore.
7. Orazione finale
Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell'unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.



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